Omar: L’esordio / TALENT CLUB

Dal Men’s Hub l’esordio di Omar

Modenese di nascita, studi d’arte a Bologna e in fashion design alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa alle spalle, Omar inizia la sua carriera nella moda realizzando cartamodelli e lavorando freelance, poi nel 2015 decide di creare un proprio marchio. Fonda una società, lavora sulla brand identity e disegna la sua prima collezione, che ha presentato a giugno 2016 a Milano durante la Fashion Week Uomo, all’interno di Men’s Hub, progetto della Camera Nazionale della Moda Italiana, in collaborazione con Vogue Talents, a sostegno di brand emergenti. E proprio in occasione del Men’s Hub lo abbiamo raggiunto per farci raccontare meglio il suo percorso e la sua visione estetica, che non si focalizza solo sulla moda maschile.

Quando hai capito che volevi lavorare nella moda?
Diciamo che l’ho sempre saputo, ma l’ho realizzato all’ultimo anno di pittura dell’Accademia di Belle Arti. Sono cresciuto nel mondo della moda perché mia madre ha sempre fatto la responsabile dei modelli per Gianfranco Ferrè, sin da bambino disegnavo solo donnine coi vestiti. Poi però ho iniziato il corso di pittura all’Accademia perché pensavo che dipingere fosse la mia strada, alla fine, dopo aver sperimentato varie espressioni artistiche, ho capito che la mia dimensione era la moda. La moda racchiude in sé architettura e scultura, ha un suo senso pittorico e potrebbe essere considerata un’installazione spaziale in movimento. Inoltre credo che sia tra tutte le arti quella più al passo coi tempi e quella che venga più vissuta, nel vero senso del termine.

 Perché una linea tua?
Ho deciso di fare una linea mia innanzitutto perché credo sia la massima aspirazione per ogni stilista. Mi piace anche disegnare per altri, perché mi piace l’idea di entrare in un mondo che non è il mio, ma solo con una linea mia posso comunicare davvero e senza filtri.

Hai alle spalle collaborazioni con altri marchi, prima della nascita del tuo brand, giusto?
Prima di creare il mio brand ho avuto diversi tipi di esperienze. Mi piace conoscere tutto quello che la mia mente riesce ad assorbire. Sono cresciuto nei circuiti underground, più che fashion, poi ho iniziato il mio percorso nella moda come modellista soprattutto per corsetteria e abiti da sera. Ho lavorato in un atelier specializzato in Haute Couture e abiti per sfilate dove ho potuto collaborare con diversi brand tipo Giambattista Valli, Armani Privé, Blumarine e Dolce&Gabbana. Poi ho lavorato da Missoni come modellista per la prima linea donna e freelance per alcuni uffici stilistici e aziende.

Quali insegnamenti hai ricevuto da queste esperienze?
Sono state molto utili perché mi hanno dato le basi di tutto quello che sono oggi: innanzitutto avendo iniziato come modellista, quando disegno, so esattamente quello che voglio e soprattutto so come farlo e di conseguenza spiegarlo. Riservo molta importanza alla struttura e al cartamodello, tanto che mentre disegno m’immagino la sua costruzione nella mente. Inoltre, lavorare nella corsetteria e nella couture, ma anche nella maglieria, mi ha dato la possibilità d conoscere vari tipi di lavorazioni e finiture che cerco di riproporre con un senso più “street“.

Ci racconti la collezione che hai portato al Men’s Hub e quali le caratteristiche principali del tuo stile?
Quella che ho presentato al Men’s Hub è la prima vera collezione col mio brand , nel senso che è stata la prima ufficiale. Innanzitutto in questa occasione ho voluto unire una collezione maschile con un’anteprima della femminile. Ho sempre pensato che non avesse molto senso dividere l’uomo dalla donna perché mettendoli insieme riesci a dare una maggiore completezza alla linea. Poi, quando inizio a progettare, seguo la mente e la mia mente non divide lui da lei. In questa collezione ho cercato di unire il lato commerciale con quello più concettuale e creativo. Ho riprodotto e interpretato in una veste più “couture” gli abiti tipici da lavoro tipo il grembiule, mantenendone la linearità, la semplicità e la comodità. Ho voluto a tutti i costi i veri tessuti da lavoro, non qualcosa di simile. A livello concettuale invece, sono partito da una foto di un muro di cemento che ho scattato personalmente in una vecchia polveriera in provincia di Modena.

Sicuramente inconsueto, mi spieghi meglio?
Ho un’adorazione per il cemento, mi piace la sua freddezza e la sua austerità, mi piacciono le rovine industriali, tanto quanto le antiche e soprattutto mi piace il muro come concetto, perché racchiude in sé la prigione e la liberta, all’interno sei in gabbia, ma oltre il muro c’è l’infinito che non vedi e quindi l’immaginazione. A tutto questo ho voluto aggiungere un sapore un po’ ghetto chic. Diciamo che quando creo una collezione cerco sempre di mescolare varie componenti anche molto contrastanti tra loro, non seguo in modo lineare il concetto di partenza, ma lo lascio evolvere in modo del tutto casuale, seguendo il flusso naturale della mia mente.

Da dove arrivano le ispirazioni in generale?
Questa è una bella domanda! Le mie ispirazioni arrivano dalle esperienze che faccio, con il significato filosofico che questo può avere. Da tutto ciò che mi circonda. Come ho spiegato prima, ogni collezione non parte da una sola direzione, ma da tanti elementi spesso contrastanti tra loro, che poi unisco e rielaboro. Generalmente parto da sensazioni che spesso fatico anch’io a spiegare, ma che diventano più chiare man mano che proseguo con la progettazione.

Tue icone di riferimento?
Le mie icone di riferimento? Innanzitutto Jean Paul Gaultier che è stato il mio primo vero amore nella moda. Poi Martin Margiela e Rei Kawakubo che sono i maestri della decostruzione. Questi sono i tre stilisti che ammiro di più. Ma poi sono tantissimi quelli che in qualche modo mi hanno influenzato: mi piace molto Prada per la sua sperimentazione e Antonio Marras per il suo uso della tradizione. Poi ne dovrei elencare tanti altri.

A chi pensi quando crei?
Innanzitutto quando creo sperimento sempre in prima persona, per quanto possibile, le mie creazioni. Anche i miei disegni sono sempre una sorta di rappresentazione astratta del mio io maschile e femminile. Non in senso narcisistico, ma perché mi sembra logico che una mia creazione debba piacere prima a me e poi a tutti gli altri.

Chi credi possa indossare i tuoi capi?
Quando disegno una collezione la immagino sempre indossata da persone con una forte personalità, non sono molto interessato alla bellezza da “copertina”, preferisco personaggi che mi colpiscano anche per i loro difetti. Per me l’abito è il completamento della personalità, deve comunicare e deve farlo assieme alla persona che lo indossa.

Quale l’importanza di una manifestazione come il Men’s Hub?
È un’esperienza molto importante perché ti dà l’opportunità di essere nel calendario ufficiale della settimana della moda con tutti i benefici che ne derivano, stampa, buyer e vari tipi di contatti. Poi ti può dare l’opportunità di entrare nel fashion system molto più velocemente rispetto al fare una presentazione da solo.

Progetti e sogni per il futuro?
Innanzitutto sono già alla prese con la nuova collezione donna S/S 2017 che ho in testa da parecchio tempo e non vedo l’ora d’iniziarla. Il mio sogno è arrivare alle sfilate, so che al giorno d’oggi la sfilata è un concetto un po’ arcaico, ma credo anche che in realtà sia l’ambizione di ogni stilista.

 

 

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